Risposte chiare e sintetiche a tutte le domande più frequenti
Nel 2026 saremo chiamati a esprimerci, con un referendum, sulla riforma costituzionale della giustizia promossa dal ministro Nordio.
In realtà il voto riguarda le modifiche all’organizzazione della magistratura e le ripercussioni che ne deriverebbero sulla indipendenza dei giudici.
Il referendum è necessario perché la riforma è stata approvata in Parlamento senza la maggioranza qualificata, in questi casi la Costituzione prevede, come garanzia democratica, che si consultino i cittadini.
La riforma modifica gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione.
Giudici e pubblici ministeri avrebbero due distinte carriere e il Consiglio Superiore della Magistratura sarebbe diviso in due organi, uno per ciascuna categoria.
Sarebbe affidata alla pura sorte la nomina dei membri magistrati (c.d. togati) che oggi sono eletti dagli stessi magistrati.
Invece i membri di provenienza politica (c.d. laici), sarebbero sorteggiati fra i componenti di una ristretta rosa di candidati, compilata dal Parlamento;
Il potere disciplinare sull’operato dei giudici sarebbe sottratto al CSM e affidato a un nuovo organo: la Corte disciplinare.
La separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole che nasconde molto altro. La riforma altera profondamente l’equilibrio dei poteri dello Stato e il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
È la più radicale trasformazione dell’assetto istituzionale della Repubblica da sempre.
La riforma non lo riporta testualmente.
Ma introduce la figura di un pubblico ministero destinato a trasformarsi in un inquisitore, indifferente alla ricerca della verità e interessato soltanto alla “vittoria”.
Ciò non potrà essere tollerato a lungo e, per limitarne il potere, l’esecutivo sarà portato ad attrarlo nella propria orbita.
Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo costituzionale di autogoverno della magistratura italiana e assomma in sé diverse funzioni:
Creato dai Costituenti per evitare le interferenze della politica sull’azione dei magistrati, garantisce concretamente l’indipendenza dell’ordine giudiziario dai poteri politico e legislativo.
Il nuovo CSM si presenterebbe diviso in due organi separati, uno per i giudici, uno per i pm.
La nomina dei suoi membri, attualmente eletti, sarebbe sostituita da un sorteggio; ma, se i membri scelti fra i magistrati sarebbero estratti a caso, i membri laici sarebbero sorteggiati da una lista ristretta, compilata dalla maggioranza in Parlamento.
Il potere disciplinare sarebbe sottratto al CSM e trasferito all’Alta Corte Disciplinare, un nuovo organo esterno.
Il risultato sarebbe un CSM più debole e pericolosamente soggetto a influenze politiche.
No.
Affidare al caso la composizione di un organo costituzionale non può garantire la competenza e la responsabilità dei suoi membri. Il sorteggio indebolisce l’istituzione che i Costituenti hanno designato come presidio democratico dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Il sorteggio non rafforza la democrazia, la impoverisce.
Sì, questo è uno dei rischi principali collegati alla riforma.
Se i membri “laici” del CSM continueranno a essere selezionati dal Parlamento, mentre i magistrati saranno sorteggiati “a caso” nell’organo si creerà uno squilibrio a favore della componente politica.
Con questa riforma la politica tenta evidentemente di ridimensionare l’autonomia della magistratura.
L’indipendenza di chi giudica è una garanzia per tutti i cittadini, un suo indebolimento mette a rischio la tutela delle persone comuni.
Alcuni esempi concreti delle conseguenze di una magistratura meno indipendente:
Una giustizia meno autonoma è una giustizia più esposta alle pressioni di chi ha più potere.
Perché la riforma mette a rischio l’equilibrio tra i poteri dello Stato e il principio di uguaglianza.
Una magistratura indipendente protegge i cittadini da abusi, arbitrii e pressioni indebite. Indebolirla significa indebolire la democrazia.
Votare NO al referendum sulla riforma della giustizia è fondamentale perché senza quorum anche un voto in più è decisivo. E può essere il tuo.
Sì.
Infatti, già ora giudici e pubblici ministeri svolgono funzioni diverse.
Oggi il passaggio da un ruolo all’altro è fortemente limitato, infatti riguarda solo lo 0,4% dei magistrati ogni anno. Chi chiede di cambiare funzione, inoltre, ha l’obbligo di cambiare anche regione, può farlo una sola volta e solo nei primi dieci anni di carriera.
La riforma non risolve i problemi concreti della giustizia ma cambia la natura del pubblico ministero, che rischierebbe di uscire dall’ambito culturale che ora condivide con il giudice, nel quale l’indipendenza assume il valore più alto.
Le correnti dell’ANM sono luoghi di elaborazione ideale ed espressione del pluralismo culturale della magistratura.
Questo pluralismo è una caratteristica di ogni istituzione democratica, ed è una risorsa.
Comportamenti scorretti di singoli o di gruppi di potere, che nulla hanno a che fare con il pluralismo delle idee, sono stati oggetto di critiche e di interventi disciplinari.
La riforma non esclude il rischio che si ripetano, tali comportamenti saranno anzi addirittura esaltati da una maggiore esposizione ai condizionamenti esterni da parte della politica.
La riforma, in realtà, rischia di sostituire il pluralismo interno con un’influenza esterna: la politica non elimina le correnti ma si sostituisce ad esse.
È un nuovo organo, esterno al CSM, che giudicherà i magistrati.
Sarà presieduto da un membro laico scelto dalla politica.
Potrà essere composta da collegi costituiti a maggioranza da membri laici (espressi dalla politica). Quindi il potere politico potrà giudicare un magistrato “scomodo”, intimidirlo, fermare le indagini o impedire le decisioni non gradite.
In contrasto con principi costituzionali fondamentali, le sue decisioni non saranno più impugnabili in Cassazione.
È un sistema che non offre garanzie di indipendenza ed è potenzialmente intimidatorio.
L’alta Corte è permeabile alle influenze della politica e può condizionare i giudici secondo la volontà della politica.
No.
Non interviene sui problemi atavici della nostra giustizia come:
Lo ammettono gli stessi promotori: i problemi reali della giustizia restano intatti.
La riforma non risolve i problemi dei cittadini ma quelli che una giustizia uguale per tutti può creare a un potere politico insofferente ai controlli.
Certamente non al cittadino comune.
La riforma comporta più costi e più burocrazia ma non migliora l’efficienza e la qualità della giustizia.
Potenti e politici avranno invece strumenti per condizionare la giustizia a loro vantaggio. La riforma servirà a loro, come ha riconosciuto anche il ministro Nordio.
Falso.
Come ogni cittadino, i magistrati rispondono penalmente, civilmente e anche sotto il profilo disciplinare.
Ogni anno sono avviati centinaia di procedimenti disciplinari e penali.
Capita che imputati eccellenti chiedano risarcimenti per presunti danni milionari soltanto per intimidire magistrati che hanno fatto il loro lavoro nella piena indipendenza: senza la tutela di un CSM forte il magistrato sarebbe sotto ricatto, e ne farebbe le spese soprattutto la collettività.
Il sistema di controllo sull’operato dei magistrati esiste e funziona.
Giudici e pubblici ministeri superano lo stesso concorso e hanno la stessa formazione giuridica.
Il pubblico ministero indaga e sostiene l’accusa con il fine, condiviso con il giudice, di accertare la verità. Per questo il pm ha l’obbligo di cercare anche gli elementi a favore dell’indagato e non rappresenta mai un interesse privato. Si definisce pertanto parte pubblica.
Il pubblico ministero tutela l’interesse pubblico anche nei processi civili che riguardano le persone, le famiglie, i minori e protegge i diritti dei soggetti deboli.
Il giudice (civile o penale) valuta in modo indipendente le prove e decide.
La riforma vorrebbe spezzare questa comunanza di obiettivi con il rischio di pregiudicare l’imparzialità del pubblico ministero, oggi garantita anche da quella comune appartenenza.
Il cosiddetto “giusto processo” è già concretamente garantito oggi: accusa e difesa si confrontano ad armi pari davanti a un giudice terzo e imparziale.
Circa la metà dei processi si conclude con una assoluzione: quando essa è stata chiesta dallo stesso pubblico ministero, viene dimostrata la sua imparzialità; nel caso in cui il pubblico ministero abbia invece chiesto la condanna e il giudice abbia assolto, dobbiamo riconoscere la prova della terzietà del giudice. Il sistema attuale, dunque, funziona.
La riforma è stata approvata con una procedura fortemente compressa, che ha sfruttato ogni possibilità per ridurre al minimo la discussione parlamentare.
In particolare il testo è stato blindato senza possibilità di modifica e gli emendamenti sono stati accorpati, votati insieme (la cosiddetta “tecnica del canguro”) e tutti, sistematicamente, respinti.
Le sedute, inoltre, sono state calendarizzate anche in orari notturni.
Un metodo che ha deliberatamente sacrificato il valore democratico del confronto e il ruolo delle opposizioni, in aperto contrasto con lo spirito della Costituzione, che invece richiede ampia partecipazione e condivisione quando si modificano le regole fondamentali dello Stato.
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